La Meditazione, Parte 6: il Pratyahara

La Meditazione, Parte 6: il Pratyahara

Con questo articolo passiamo alla seconda metà del nostro percorso: qui parliamo del pratyahara, il quinto stadio degli otto dello Yoga di Patañjali. Abbiamo preparato il terreno: è quasi ora di piantare un seme. Prima di continuare però, dobbiamo capire un po' meglio cosa ci stiamo preparando a fare.

Negli articoli precedenti abbiamo visto come entrare in quello stato che da qui in poi chiamerò semplicemente "centratura", e sul quale conto di scrivere ancora altri articoli. La centratura, come gli altri stati di coscienza, sono progressivi, sono sfumature, che piano piano cambiano i colori della nostra percezione. Percorrendo i vari stadi e allenandoti giorno per giorno, la tua capacità di "centrarti" sarà sempre maggiore: più praticherai e più riuscirai a vedere le varie sfumature di questo stato.

Una di queste sfumature è la separazione della coscienza dai sensi, ovvero la nostra capacità di smettere di identificarci in essi soggiogandoli alla volontà. La mente "sta nella sua propria forma", domina il corpo: il cocchiere ha ripreso il controllo del carro ed ora i cavalli lo portano dove lui vuole.

In questo stato non ci identifichiamo più nei sensi e nel corpo, ma esistiamo in quanto coscienza. Non siamo più ciò che pensiamo, ma osserviamo il nostro flusso mentale da un punto di vista separato da esso, come in terza persona, lasciandolo scorrere, lasciandolo venire e andare, senza farci trasportare da esso. Almeno all'inizio, perché con il tempo, e la pratica, il flusso dei tuoi pensieri cesserà di scorrere incontrollato.

Il pratyahara possiamo vederlo come un punto di passaggio, un momento ben preciso nella nostra pratica: è il momento nel quale attraverso il pranayama abbiamo soggiogato il corpo alla mente e la mente alla volontà, il momento nel quale la nostra volontà è libera di essere direzionata verso il nostro effettivo esercizio (...e qui arriverà la parte difficile!).

Il pratyahara quindi si raggiunge nel momento in cui siamo "centrati", quando la nostra coscienza si è distaccata dai sensi, quando la nostra volontà è sotto controllo, quando il cocchiere ha ripreso il controllo del carro. Pertanto, nella tua pratica quotidiana dovresti praticare il pranayama fino a quando ti senti sufficientemente centrato e la tua concentrazione è stabile, sotto controllo, libera dagli ostacoli di pensieri ed emozioni e pronta ad essere usata negli stadi successivi.

La restrizione dei sensi avviene quando la mente è capace di rimanere sulla direzione scelta e i sensi si distolgono dai diversi oggetti circostanti e fiduciosamente seguono la direzione della mente.

- Patañjali, Yoga Sutra, II, 54. Traduzione di T.K.V. Desikachar.

Il pratyahara si ha quando la mente sta nella sua propria forma non venendo in contatto gli organi dei sensi con i loro rispettivi oggetti.

- Patañjali, Yoga Sutra, II, 54. Traduzione di Guido Sgaravatti.

Quando i sensi si staccano dai loro oggetti per assumere - per così dire - la natura propria della coscienza, si ha il pratyahara.

- Patañjali, Yoga Sutra, II, 54. Traduzione di Piera Scarabelli e Massimo Vinti.

Allora i sensi sono completamente soggiogati.

- Patañjali, Yoga Sutra, II, 55. Traduzione di Paolo Magnone.

Allora si ha il supremo controllo dei sensi.

- Patañjali, Yoga Sutra, II, 55. Traduzione di Piera Scarabelli e Massimo Vinti.

Negli stadi che verranno, infatti, ciò faremo sarà introdurre un seme nel terreno che finora abbiamo preparato: l'oggetto della nostra meditazione. In questi esercizi che faremo, la regina onnipresente in ognuno di loro, è sempre la volontà. Una regina che ha perso il suo regno, e che affrontando un percorso difficile e pieno di ostacoli dovrà riconquistarlo.

La volontà, e di conseguenza il nostro potere individuale, è un argomento importante e a volte un po' sottovalutato. Una delle conseguenze dirette della conoscenza di sé è proprio riconquistare il nostro potere individuale. Attento, non è una questione "egoica": l'ego, al contrario, è proprio la maschera che ci toglie il nostro potere. Se stai pensando qualcosa del tipo "no, è l'ego che vuole il controllo e il potere su tutto", si, hai ragione. Vediamo quindi più nello specifico cosa significa "potere" e capirai cosa intendo.

Potere deriva dalla stessa radice del latino pater, in quanto il pater, il padre, è colui che hai il potere, l'autorità, il custode, colui che protegge, che nutre, che mantiene e sostiene la famiglia. Il Padre è colui che sconfina oltre i limiti del mondo dell'esistente e attraverso l'azione purificatoria (eroica) tende a realizzare la dimensione mistica del Sé, che è pura Essenza e beatitudine. Il Potere autentico dunque, è potere su noi stessi. Nulla di "egoico" quindi, ma piuttosto il nostro diritto di essere e manifestare il Sé.

Possediamo quindi la forza e l'autorità per custodire e proteggere il nostro corpo, le nostre idee, i nostri valori, di difendere ciò che siamo, di realizzare il nostro Sé? La risposta a questa domanda è, nella quasi totalità dei casi, NO. Il Potere di essere padri, o meglio padroni, di noi stessi, è qualcosa che dobbiamo recuperare con la pratica. Il Potere, in questo senso, è legato allo sviluppo della volontà.

Per essere padroni di noi stessi, dobbiamo sviluppare determinate qualità: tra queste, dobbiamo in primis ritrovare quella forza che ci permetterà di custodire e proteggere ciò che siamo. Questa forza è, appunto, la volontà. Il chakra della volontà è quello che comunemente viene chiamato "terzo occhio", il chakra che si trova all'incirca in mezzo agli occhi. Esistono vari tipi di meditazione anche abbastanza diffuse che servono a svilupparlo o "caricarlo", ma questo in genere non è il modo corretto di agire.

Lo sviluppo della volontà è un argomento complesso: ci vuole poco a trasformare un'azione eroica in un'azione egoica. Per questo ne parlerò quanto più a fondo (non solo qui). La volontà è, nello specifico, lo sforzarsi del Sé a conseguire o ad allontanare un certo "modo d'essere". Manifestare il sé è un trasmutazione interiore progressiva, che si consegue osservando ogni nostro pensiero, parola e azione, e sforzandosi appunto (sempre con i dovuti modi e tempi) di evitare per quanto possibile di ricadere nelle dinamiche dannose che ci tolgono potere per dare spazio invece a tutti quei modi d'essere che ci fanno sentire vivi, profondamente felici, realizzati.

Tra il dire e il fare però c'è di mezzo... il mare. E nel nostro caso è parecchio agitato. Per quale motivo, quasi tutti, ricadono continuamente nelle proprie trappole mentali? Perchè mancano di un'educazione interiore, di un metodo efficace che gli insegni a gestire e mantenere il proprio potere individuale, ad agire secondo la propria volontà e non cedere al desiderio. La volontà però va anche allenata, un po' come un muscolo. Vedremo prossimamente come.

Il problema fondamentale è che fin da quando esistiamo abbiamo vissuto una catena continua di esperienze che ci ha portato sempre più a limitare o a cedere ad altri il nostro potere individuale. Questa mancanza di potere ci porta sofferenza, in quanto le nostre azioni sono decise da questi "altri" a cui abbiamo ceduto il nostro potere: le nostre azioni non sono l'espressione del nostro Sé, ma il risultato del nostro vissuto, dei "programmi mentali" accumulati. Questa mancanza di potere, quasi sempre, ci spinge a ricercarlo in vari modi, spesso anche deleteri, come il potere sul corpo, sulla natura o sugli altri.

Piuttosto che essere noi stessi, preferiamo indossare le maschere che piacciono agli altri, ci comportiamo come vogliono gli altri, come ci ha programmato a fare l'ambiente in cui viviamo e nel quale siamo cresciuti. Ci identifichiamo ciclicamente in un luna park di etichette quasi mai razionalmente ben definite che chiamiamo "io", ma che di "io" a ben guardare hanno ben poco.

Il nostro obiettivo, ricordiamolo ancora (e non smetterò mai di farlo), è conoscere noi stessi, esprimere ciò che siamo, manifestare la nostra Essenza. Per farlo, dobbiamo riuscire anche a riprenderci il potere che abbiamo perso: tutti noi abbiamo infatti, potenzialmente, il potere di manifestare totalmente ciò che siamo.

Per riprenderci questo potere, per liberarci da tutti questi programmi, questi condizionamenti, dobbiamo uscire da questo chaos mentale, riuscire ad osservarci da un punto di vista più ampio e stabile, domare la bestia, permettendoci così di cominciare ad osservarci. Osservare noi stessi non è guardare noi stessi. Tutti ci guardiamo, conosciamo i nostri vizi, i nostri pensieri più comuni (dai più creativi ai più perversi), la nostra superficie, la maschera che indossiamo. La costruiamo noi, sappiamo com'è fatta.

Osservarci vuol dire invece guardare sotto la maschera. L'osservazione è meditazione (leggi l'articolo sul significato etimologico di meditazione se già non l'hai fatto), osservare noi stessi vuol dire metterci davanti allo specchio e spogliarci nudi, affrontando con coraggio sia le gioie che le paure. Per poterlo fare in modo efficace dobbiamo riuscire a mantenerci distaccati da esse, osservandole dal centro, quando la routa è ferma.

Qual'è la prima cosa che si fa ogni volta che si deve aggiustare una macchina? La si spegne. Perchè solo quando è ferma possiamo cambiare i componenti, riparare ciò che non va, per poi farla ripartire al meglio. Allo stesso modo dobbiamo fare con noi stessi. Solo quando siamo nel silenzio possiamo percepire cosa c'è sotto. Finchè il mare è mosso, la sabbia portata dalla corrente ci impedirà di vedere il fondo.

Una volta che tutto è fermo, possiamo fermarci ad osservare i vari componenti del meccanismo. Il pratyahara è il punto di partenza per osservare noi stessi, conoscere chi c'è sotto la maschera, sotto tutti i vari strati che separano l'io dal Sé. Sapere chi siamo, rientrare in contatto con il nostro Sé, il nostro Spirito, eliminare quegli strati, quei filtri che ci impediscono di manifestarci pienamente: fare ciò ci permette di recuperare il potere perso. Per sapere chi siamo ci vuole forza, volontà, sensibilità, ascolto, disciplina: la pratica, la pratica, la pratica.

Fermare la ruota non è semplice, ed è solo l'inizio. Per farlo ci vuole allenamento, ma anche conoscenza. Quello che ho detto finora in realtà non è neanche sufficiente: come ho scritto negli articoli precedenti, l'albero va sviluppato in ogni sua parte. Certo, ogni fase ha i suoi tempi. Infatti, il mio consiglio per il neofita è di fermarsi al pranayama e continuare a praticarlo fintanto che non si sentirà abbastanza "centrato" da continuare, ma attenzione: questo non deve rappresentare un limite, è importante avere coraggio, cercare ogni tanto di osare un po' di più di quello che ci sentiamo di poter fare.

Anche se non sei proprio "perfettamente" centrato, non fermarti sempre al pranayama, ma di tanto in tanto osa ad andare oltre. Non fraintendermi, non serve che provi ad arrivare al samadhi le prime volte. Il punto è che gli esercizi del sesto e settimo stadio, come i precedenti, sono funzionali a tutta la pratica, quindi è giusto cercare di praticare anche quelli, anche se facciamo - un po' - di fatica a rimanere centrati.

Idealmente, prima di passare dal quinto agli stadi successivi, dovremmo essere entrati in un "buono" stato di centratura, la nostra attenzione dovrebbe essere sotto il nostro controllo, il flusso dei pensieri calmo, le nostre emozioni acquietate. Però, è anche vero che in certi casi è difficile raggiungere certi stati di quiete mentale, o magari non c'è il tempo, perchè la giornata è piena di impegni e il tempo per la meditazione limitato... :(

In questi casi, è difficile riuscire ad arrivare spesso e nel miglior modo al pratyahara, quindi bisogna agire in modo un po' diverso. Se ad esempio pratichi - solo - mezz'ora al giorno, per le prime settimane puoi fermarti al pranayama. Poi, quando avrai sviluppato un po' di esperienza e ti sentirai pronto, puoi usare varie strategie per aggiungere alla tua pratica anche gli altri stadi.

Per esempio, ipotizziamo che pratichi 30 minuti al giorno. Quando ti sentirai pronto, ovvero, nello specifico, quando senti di arrivare abbastanza spesso e prima della fine dei tuoi 30 minuti al pratyahara, ovvero ad un "buono" stato di centratura, inizia a praticare per qualche minuto prima della fine dei 30 minuti anche gli stadi successivi. Puoi aiutarti con l'uso di un orologio: scegli per quanti minuti praticare ogni stadio, e col tempo e in base alla tua sensibilità, riduci i minuti dedicati ai primi stadi per concentrarti sui più avanzati.

Nei prossimi articoli, e nei prossimi stadi, vedremo come mettere in pratica questi concetti. Quello che abbiamo fatto finora però non è solo una preparazione a quanto verrà, ma è molto di più... capiremo in seguito cosa.